Cose per cui vale la pena vivere (ed essere un giornalista, in subordine)

Non sono solito mettere in piazza la mia vita privata, soprattutto quei pezzi più piccoli e splendenti che la rendono degna di essere vissuta. Ma questa volta devo fare uno strappo alla regola. Mentre scrivo ho le lacrime agli occhi, ed il motivo è questo:

Ben diciotto tra bottiglie di spumante, prosecco e vino. Mi sono appena state regalate. La dedica è “Un piccolo pensiero. Grazie di tutto! Maria Giovanna, Elena, Edda e Luciana”. Sono le coraggiosissime donne che il 6 maggio hanno portato davanti a quasi due milioni di telespettatori di “Mi manda Raitre” la storia della propria figlia, sorella e amica, Manuela Trevisan, scomparsa per un linfoma di non Hodgkin dopo aver seguito la “Nuova Medicina Germanica” inventata dall’ex medico tedesco Ryke Geerd Hamer.

Io non so se vi rendete conto. LORO ringraziano ME. Loro, che hanno affrontato il dolore di rivivere nei dettagli quella maledetta storia, attirandosi critiche feroci da parte degli esaltati hameriani (che parlano di libertà di scelta terapeutica sulla pelle degli altri, rintanandosi nei loro forum e senza portare MAI una sola testimonianza documentata da referti medici).

Ecco, sono proprio cose come queste che mi fanno andare avanti con serenità nel mio percorso giornalistico, nonostante un pezzo da duemila battute venga pagato mediamente 3 euro, nonostante gli abusi per iscriversi nell’elenco dei professionisti, nonostante non abbia alcuna speranza di avere una pensione, nonostante i continui attacchi di persone interessate economicamente a ciò che disveli oppure così profondamente disperate da scambiare truffe per speranze.

Non so, un semplice “grazie” mi sembrava troppo riduttivo. Ogni tanto bisogna ricordare a sé stessi ed agli altri che il mondo non è fatto solo di politici corrotti, santoni truffatori, burocrati ignoranti e giovani con pochissime speranze. Ci sono anche brave persone, oneste e di cuore, che lottano con grandissima dignità giorno dopo giorno. Spero di riuscire a prendere esempio da loro e mantenere la schiena dritta, sempre.

da “Corriere.it” del 15 luglio 2011
Ma cosa cazzo hanno nel cervello?
«Gli scatti SEGRETI… guarda le foto». Ma porca puttana, se sono “segreti” che senso ha pubblicarli e poi invitare a “guardare” le foto? Ma un minimo di pudore (non dico di vergona, occorrerebbe avere una moralità) questa gente l’ha avuto almeno in passato?
Poi è ovvio che dicono “eh, ma voi giornalisti…”

da “Corriere.it” del 15 luglio 2011

Ma cosa cazzo hanno nel cervello?

«Gli scatti SEGRETI… guarda le foto». Ma porca puttana, se sono “segreti” che senso ha pubblicarli e poi invitare a “guardare” le foto? Ma un minimo di pudore (non dico di vergona, occorrerebbe avere una moralità) questa gente l’ha avuto almeno in passato?

Poi è ovvio che dicono “eh, ma voi giornalisti…

“Questo giornale è una merda, in perfetta linea con questa città”

- il direttore di un quotidiano locale

Notizie che non sono notizie (semicit.)

Lo dico ora, in tempi non sospetti: il cosiddetto “Spider Truman” è un parlamentare nato sul finire del 1965.

(non che questa sia una notizia di primaria importanza, anzi: tutto a posto, oggi, in Siria?)

Le parole sono importanti

«Non sapevo proprio che Amaca scrivere, oggi su questo giornale che è in lutto, e si sente più solo e più debole perché ha perduto uno dei suoi uomini più bravi e più forti. Poi ho pensato che la cosa più giusta da dire, su Peppe e di riflesso su noi tutti, era anche la più semplice: il giornalismo, che è uno dei mestieri più ignobili del mondo (rifugio di vice-scrittori, palestra di improvvisatori, bolgia di pettegoli), può anche diventare uno dei mestieri più coraggiosi e necessari. A un patto: che il giornalista ci creda e che lo voglia. D’Avanzo ci ha creduto e lo ha voluto.

Il giornalismo non esiste, esistono i giornalisti. Quelli bravi e anche quelli bravissimi non li riconosci perché sono infallibili (ogni grande firma ha in archivio i suoi errori). Li riconosci perché non sprecano mai il mestiere, non lo lasciano scolorire nella routine, non permettono alle parole di perdere significato e potere. Le parole senza significato sono quelle che occultano, coprono tutto sotto una coltre inespressiva, sono il bla-bla che ammazza la pubblica opinione e la confonde. Le parole bene assestate, scelte con fatica e a volte dissotterrate dal silenzio e dal conformismo, sono un’arma fantastica e un dono alla comunità nella quale si vive. Un dono di libertà. Il giornalismo non è all’altezza di quel dono, ma alcuni giornalisti sì»

(“L’Amaca” di Michele Serra, da La Repubblica del 31/07/2011)

Non penso mai a quelli che

Non penso mai a quelli che in Italia sono riusciti a trovare un posto di lavoro grazie a favoritismi. Giuro, non ci penso mai. Il più delle volte penso: cazzi loro. E della loro coscienza.

Stamattina leggo la storia del chirurgo a cui viene rifiutata una cattedra anche se è di molto superiore ai contendenti. Anche se ha vinto diverse cause in tribunale. Lui si ricandida per la cattedra, e la Facoltà sceglie di nuovo i due meno bravi. Lui fa causa, la vince, si ripresenta, e lo bocciano.

Leggendo la storia di sto capoccione qua, stamattina pensavo a quelli – tantissimi – che hanno fatto strada grazie a favori e parentele. E pensavo: mi dispiace per voi. Ci sarà sempre una cosa che non proverete mai nella vostra vita: essere stimati.

Voi non lo sapete – e non lo saprete mai – ma è una sensazione stupenda. Sentirsi apprezzati, guardarsi attorno e pensare: questo l’ho fatto io porcalamiseria. Io, la mia faccia e le mie parole e quel sbrilluccichio del mio cervello. La sensazione che si prova quando tra tanti si deve scegliere qualcuno per un compito difficile e tra tanti indicano proprio te, e dicono lo fai tu perché siamo sicuri del risultato ottimo alla fine. Tu decidi come e cosa, ci fidiamo di te.

Ci fidiamo, non ti temiamo.

Sono sensazioni bellissime e voi siete in un tunnel ovattato dal quale sarà impossibile uscire, quindi queste sensazioni non le proverete mai. Siete in una trappola dorata che vi blocca l’accesso alla vita. Non vivete la vita, ci galleggiate sopra. E siccome ci galleggiate sopra non la conoscerete a fondo come chi si sporca le mani per ottenere risultati. Davvero, non è disprezzo, è pena. Non posso disprezzare perché quando avete scelto la via facile forse eravate talmente deboli e privi di prospettive da non avere altra scelta.

È pena.

Come non essere mai stato con una ragazza che desiderava soltanto te, ed aver avuto solo ragazze che sono state con te perché le hai pagate, o perché sei famoso, o perché ricco sfasciato. Non saprai mai com’è quando vogliono proprio te, il tipo di sguardo che riceverai, l’essere scelto tra tanti, le gambe che tremano.

Una sola vita avevate a disposizione e avete scelto di consumarla senza provare questa sensazione.

(via batchiara, preso da qui)

“Il suo metodo prevedeva al primo punto la passione. Passione giornalistica, passione per la vita e dunque per la libertà e la democrazia, quindi passione civile. Il suo metodo era l’opposto del quietismo, della conciliazione, del senso comune accettato e spacciato per realtà”

Ezio Mauro, in ricordo di Giuseppe D’Avanzo

«Passera: non ce n’è un’altra in arrivo»
(il titolo più triste della storia del giornalismo)

«Passera: non ce n’è un’altra in arrivo»

(il titolo più triste della storia del giornalismo)

Paga 120 euro e difendi la libertà di stampa

federicoformica:

In questi giorni, a me come a tutti i miei colleghi giornalisti, è arrivata la solita lettera che sempre arriva nel mese di gennaio. L’Ordine dei Giornalisti ci chiede di pagare la quota annuale. Importo: 120 euro. Aumentata di 10 euro anche rispetto a un anno fa. La lettera ci fa sapere che l’aumento è dovuto al fatto che il Consiglio Nazionale ha deciso “di venire incontro soprattutto agli Ordini più piccoli”. Credo si tratti di alcuni ordini regionali.

E che, non gliela vogliamo dare una mano agli ordini più piccoli? Certo che sì. In fondo, farei questo e molto altro per aver tra le mani l’adesivo da appiccicare al parabrezza dell’auto più il bollino con scritto “2012” (e ogni anno è di un colore diverso!), per non parlare della libertà di stampa, che se non versiamo i 120 euro fa una finaccia. E noi non lo vogliamo.

Ma come direbbe la signora alla fermata dell’autobus, “non è per i soldi, è per il principio”. Perché questi 120 euro vengono tolti a tutti i giornalisti, senza distinguere tra precari, precari morti di fame a 400-500 euro al mese, precari in ascesa, precari eterni a 40 anni, freelance benestanti, freelance poverelli da 1000 euro al mese, redattori, capiredattori da 3-4000 euro al mese. Per non parlare di direttori, inviati e corrispondenti che vivono in una dimensione parallela, totalmente aliena alla maggior parte degli iscritti.

Vite professionali e, soprattutto, tenori di vita agli antipodi. Tutti diamo il nostro identico contributo all’Ordine. Per qualcuno è un piacere, per altri è un leggero prurito. Per tanti altri, è una mazzata. E ora ditemi perché non dovrei tifare per Mario Monti, perché finalmente prevalga sulla casta di cui faccio parte. Sono un traditore?

“Ho vissuto senza aspettarmi molto, anzi senza aspettarmi niente. E se ti convinci che non ci sono speranze e che il mondo è impazzito, da quel momento in poi puoi vivere benissimo. Scherzi, ridi, conversi, perché quel problema lì lo hai chiuso. Non ci puoi fare niente e allora ti resta tutto il bello della vita”

Carlo Fruttero in un’intervista di due anni fa

(via tuffatorepensierispettinati, batchiara)

“Cos’è questo golpe? Io so”, di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Read More

A parte la trita polemica su Schettino (se ci sono dei magistrati ci sarà un motivo, lasciamo che siano loro a decidere se una persona è colpevole di un reato o no), trovo che Fleischhauer abbia detto delle cose razziste e pesanti che però hanno un grosso fondo antropologico e sociale. In Inghilterra se salti la fila ti ammazzano, in Italia è normale. In Germania tutti pagano le tasse e ricevono servizi, in Italia se le paghi sei un fesso. Non è questione di razza, ma di consuetudine e cultura. E gli Schettino (come tutti quelli che hanno avallato gli “inchini” senza mai fare un cazzo) ne sono diretta espressione.

Mi spiego. L’articolista non ha detto che “tutti gli italiani sono Schettino”. Ha detto che, stante la situazione culturale e sociale italiana, non bisogna stupirsi di quel che è accaduto. E ha ragione. In un paese normale (non dico civile, normale) al primo “inchino” avrebbero sequestrato la nave, tolto la licenza al comandante e comminato una multa pesantissima alla compagnia. In Italia non si è fatto perché c’è un sistema che dire ‘rilassato’ è eufemistico. Le leggi valgono, ma fino ad un certo punto.

Mettersi a disquisire di scelte politiche, poi, è pericolosissimo: a quanto io ricordi eravamo alleati (anzi, alleati “di ferro”) con Hitler, e neanche nella Prima Guerra Mondiale siamo riusciti a scegliere la parte “giusta” - salvo poi tradire, entrambe le volte, i nostri alleati. Insomma, proprio noi non possiamo dare lezioni storiche a nessuno. L’articolista di “Repubblica”, poi, cita piani di ricostruzione (dei quali abbiamo beneficiato anche noi) e addirittura quei poveri italiani emigrati… beh, se erano emigrati è perché qui stavamo con le pezze al culo ed in Germania hanno trovato un posto dove vivere dignitosamente, pagando le tasse e ricevendo in cambio servizi pubblici.

Insomma, qui non si parla di “razza italica”: come diceva GG, «io non mi sento italiano / ma per fortuna o purtroppo lo sono». Ecco, secondo me la società italiana è talmente corrotta e compromessa -così come ampie zone del napoletano in mano alla camorra- che è impossibile che si cambi. O almeno, non mentre io sarò in vita. Quindi non prendiamocela quando ci dicono le cose come stanno: i toni sono esagerati, ma in fondo ha ragione. E lo sappiamo.

Oddio, titolata così fa indignare. Ma secondo me è solo uno scivolone comunicativo.

Martone voleva dire che dobbiamo far passare il messaggio che studiare è bello: e lo dici a uno che ancora si commuove leggendo il libro quinto dell’Antologia palatina? Il problema è che non tutti si laureano tardi perché passano le serate in discoteca: proprio lui dovrebbe sapere che il mercato del lavoro non ti permette di mantenerti adeguatamente. La chiamano “gavetta”, per me è sfruttamento generalizzato (specie nel giornalismo. L’Ordine ha anche creato un sito per parlarne, con risultati finora scarsi).

Personalmente ho lavorato tantissimo al di fuori del giornalismo (e per questo sono pubblicista), per pagarmi affitto ed università. E questa cosa mi ha arricchito personalmente e professionalmente, permettendomi di entrare in contatto con persone e situazioni che non avrei mai conosciuto se mi fossi rinchiuso nella mia torre eburnea. Ed il giornalismo, se non si sporca le mani, è letteratura.

Ecco, se Martone si fosse limitato a dire «ti piace studiare / non te ne devi vergognare» avrebbe fatto meglio.

archive older ›
Determinato, sempre indaffarato. Fin da piccolo il mio sogno è stato quello di essere un buon giornalista. Adoro scattare foto, suonare il piano e giocare a rugby: ma più di tutto, affrontare la vita con la curiosità di un bambino per provare a imparare tutto quello che il mondo mi può offrire. Ben consapevole che si tratti di una ricerca infinita
Ask
theme by Conkers