“Questo giornale è una merda, in perfetta linea con questa città”

- il direttore di un quotidiano locale

I miei amici, per la mia partenza

Da eccellente saponaro* quale sei, tieni sempre bene a mente la regola delle cinque “W”:

  • WHO: ricorda chi sei oggi, anche quando l’esperienza che ti accingi a vivere ti avrà trasformato in qualcun altro, perché è il Lallo** di oggi che si è conquistato il nostro affetto.
  • WHAT: ricorda ciò che ti ha reso quel che sei, così potrai schivare i colpi bassi.
  • WHEN: ricorda il momento in cui hai deciso di partire, soprattutto quando lo maledirai.
  • WHERE: ricorda da dove sei partito, così da avere la precisa cognizione di quanta strada hai percorso.
  • WHY: ricorda quale motivazione ti ha spinto, così da non perdere di vista l’obiettivo.

E se dovessi smarrirti, non perderti d’animo: potrai sempre rivolgerti a noi per ritrovare il cammino. Anzi, come avrebbe scritto Bruce Chatwin sul suo taccuino: “IN CASE OF LOSS, PLEASE RETURN TO…”

Carmen, Clemente, Raffaele, Elsa, Anna, Ilaria, Luisa, Alessandro, Umberto, Emanuela, Pasquale e Ida.

antico mestiere napoletano, nel gergo giornalistico locale viene usato in tono affettuosamente dispregiativo.

** alias il mio nome (“Ilario”), dopo indicibili ed oscuri giri linguistici di Elsa.

ROOM NEEDED!

Dear People, help me avoid becoming homeless, giving myself to heroin and turning tricks.

I have to find a new home soon, so if any of you knows of cheap rooms becoming available in the next week in Central London (zone 1-2) please let me know! 

Thanks everyone,

Ilario

“Quando sei onesto non fai un grande business, rimani nel piccolo. Se vuoi aumentare i numeri devi rischiare, e devi rischiare il tuo culo. È la legge del mercato: più in alto vuoi andare, più devi passare sui cadaveri. È così, ed è giusto che sia così. Però qui non viene capito, perché c’è un’idea cattolica, c’è un’idea morale… è quello che mi fa incazzare. L’idea moralista della sinistra, che tutti devono avere diritto… no, no, qui è la legge di chi è più forte, di chi è leone. Se tu invece vuoi ventimila euro euro al mese ti devi mettere sul campo e ti devi vendere tua madre”

- Terry De Nicolò, 17 settembre 2011

La casta dei “poverini”

Ho sentito solo ed esclusivamente professori usare l’argomento del “poverino”. Poverino è in difficoltà, poverino ha lavorato gratis per me 10 anni, poverino ha insegnato senza prendere un euro, poverino non potrebbe fare altro. In questa casta di poverini (perché rimane comunque una casta, chiusa, impermeabile, conservatrice per interesse) ci sono anche ricercatori eccellenti, ma non vengono “letti” come tali. Le conseguenze di questa lettura svalutante, che però è diventata criterio valutativo e organizzativo (e non ho mai sentito ricercatori con posto lamentarsene pubblicamente), sono straordinariamente negative su tutto il sistema. Si insegna ai ragazzi, a quelli che cominciano, a essere rinunciatari, a essere pazienti, ad aspettare un turno che di fatto non esiste, ad essere servizievoli, a essere contenti di 900 euro al mese, a nascondere quello che si sa fare. Se si insegnasse il contrario, l’Italia sarebbe davvero all’avanguardia, perché abbiamo una preparazione secondaria molto migliore di tutti i concorrenti europei e un insegnamento universitario che si mantiene buono (i problemi cominciano con i dottorati, con non sono all’altezza dell’estero). Se si insegnasse il senso di sè e della propria funzione pubblica attraverso la ricerca e la didattica, se non si dicesse “poverini” ma “miglioratevi”, se si dicesse “vai a fare un’esperienza all’estero e poi vieni a raccontarci cos’hai imparato e capito” (oggi si dice “va be’ quello se n’è andato all’estero, e mo’ che vuole…”), se si facesse di tutto per fare venire in Italia gli stranieri, gli studenti ma anche i ricercatori e i professori (avete mai visto un professore straniero in Italia?), se si smettesse di dire ai trentacinquenni che sono giovani (che è un’oppressione linguistica che io ritengo insopportabile) cambierebbe l’università e il paese non sarebbe frenato da questa cultura, da questo malinteso interessato, da questo insostenibile andazzo. Ma certamente molti professori e ricercatori perderebbero il loro ruolo di controllori della mediocrità. Ancora una volta un tratto corporativo del nostro paese, ma da poverini.

La casta dei poverini. Qualche precisazione | GianlucaBriguglia I’m no Jack Kennedy

(via plettrude)

Molti, davanti alla prospettiva di lasciare l’Italia per le proprie aspirazioni, provano dolore. Non capisco però questo dolore da cosa derivi. Dal non poter essere utile ad un Paese che costantemente ti prende a calci in faccia? Dal dover scegliere tra l’essere coinvolti o sbattere la porta con sdegno? Al massimo per gli affetti, per i trent’anni di amicizie coltivate, ma per il resto «l’Italia non è un paese di intellettuali. Nella metro di Tokyo leggono tutti. In Italia no. Non bisogna giudicare l’Italia dal fatto che ha prodotto Raffaello e Michelangelo» (cit. Umberto Eco).

Nella mia Università il figlio del rettore (eletto tre volte di seguito, un’anomalia per la quale ha dovuto far cambiare lo statuto - cosa avvenuta all’unanimità - all’unanimità, ripeto) ha pertecipato ad un concorso della stessa uni ed ha vinto. Senza aver mai pubblicato nemmeno UNA pubblicazione. E certo, era l’unico candidato… Questo per dire che le schifezze nelle Università succedono tutti i giorni, tutti sanno ma nessuno può parlare (altrimenti sei fregato), esattamente come accade nel giornalismo quando ti fanno il “piacere” di iscriverti nel registro dei praticanti. Bere o affogare. Tutti sanno, e tutti fanno finta di non sapere.

Semmai un/a qualsiasi ricercatore/trice dovesse abbandonare definitivamente l’Italia -cosa che francamente gli/le- auguro di tutto cuore, dovrebbe pensare anche a tutto questo prima di far scattare la molla del dolore. Perché è come l’ex che ti ha lasciato: sì, poteva essere la migliore del mondo, ma ti ha lasciato. E magari ti ha tradito pure. Le schifezze succedono anche in altre parti del mondo, per carità, ma come giustamente argomentava Gianluca c’è una soglia minima al di sotto della quale quelli palesemente idioti non riescono a passare, figli o non figli del potente di turno. E non è poco.

Personalmente non riesco più a vivere in un Paese doppio, dove si specula sempre su “ciò che dovrebbe essere giusto” e “ciò che in realtà è”. Almeno negli altri Paesi quando qualcosa va storto hanno l’umiltà di ammettere di aver fatto una castroneria, e prendono provvedimenti. Lì l’impunità è talmente diffusa che, come ti dicevo prima, o sei “parte del problema” (come si diceva ai bei tempi) o te ne scappi con furiosissimo sdegno. E non per un senso di superiorità: per mera sopravvivenza.

“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove”

Pino Cacucci, “Un po’ per amore, un po’ per rabbia”, 2008

(dedicato alla plett)

“sarebbe non solo inutile, ma pure dannoso” (una padellata [seria] di cazzi miei)

plettrude:

In questi giorni dovrei essere in Italia, per un concorso. E invece no, non ci sono andata, son rimasta in perfida albione. Al concorso mi ero iscritta qualche mese fa, speravo che il colloquio fosse dopo gennaio, e invece no, con una mail (!) che ha preceduto la raccomandata, ci è stato comunicata la data. ci è stata comunicata tre settimane fa, io ho controllato i voli e i voli, da subito, costavano troppo. 

C’è poi da dire che il concorso ero sicura che non l’avrei vinto. Certo, come mi disse una volta il mio prof. a torino una volta c’era un concorso. il candidato che doveva vincere è stato investito da un’auto ed è morto, a una settimana dallo scritto, ha vinto uno a caso. vale sempre la pena tentare. 

E invece no, come mi è stato spiegato in questi giorni, non vale sempre la pena. 

Dovete sapere che quando mi sono laureata ho fatto una cazzata, di quelle che si fanno a 23 anni. c’era un concorso di dottorato, in una materia che non era quella in cui mi ero laureata, ma che a me pareva tutto sommato affine. e così l’ho provato, e l’ho vinto. il risultato, sette anni dopo, è che mi ritrovo con una laurea in una materia (e in una classe concorsuale) e un dottorato in un’altra (e in un’altra classe concorsuale). Buffo, perché a me pare di fare sempre le stesse cose, e di farle anche abbastanza bene. 

La cosa divertente (beh, tragica, diciamo) è che qualsiasi concorso io faccia, mi sento sempre dire che ho sbagliato classe. In uno fatto l’anno scorso me lo son ritrovato pure nei giudizi. e dire che era un concorso della classe in cui avevo fatto il dottorato. Peccato nei giudizi ci fosse scritto che avevo il dottorato nell’altra, in quella della laurea. Fossi stata una con dei soldi da perdere, avrei dovuto far ricorso.

Quando stavo decidendo se andare o meno a quest’ultimo, che lo sapevo che non l’avrei vinto, ma mi pareva, a non andare, di mandare un brutto segnale, come dire: sono all’estero, le cose stanno andando bene, la gente che ho intorno capisce quello che faccio, non ho mica voglia di tornare, ecco mentre stavo decidendo, e pesavo i soldi, e lo stess e la fatica, ho sentito qualche prof di cui mi fido per farmi dare un consiglio. Mi hanno detto cose irripetibili, facendo i nomi, a settimane dal concorso, di chi avrebbe vinto e perché. e poi mi han detto, in due, la stessa frase, che pareva un’avvertimento mafioso, e invece no. penso che sarebbe non solo inutile andare, ma pure dannoso. Io lì per lì non lo avevo mica capito cosa voleva dire, la frase. Poi uno dei due me l’ha spiegata.  Sei più giovane degli altri candidati, mi ha detto, e hai un cv che pesa il doppio. hai due libri, e molti articoli, e collaborazioni internazionali, e convegni organizzati. Ma han già deciso chi deve vincere, e non sei tu. Come si fa per far vincere qualcun altro, quando a un concorso ci sei tu, e ci sono altre persone brave come o più di te? Si dice che i tuoi libri sono irrilevanti, che non hai metodo, che i tuoi articoli, seppure citati da altri autori in europa e negli stati uniti, non hanno valore scientifico. E le si scrivono, queste cose, in giudizi pubblici che nell’accademia italiana pesano come macigni. Per questo sarebbe non solo inutile, ma pure dannoso. 

E quindi no, non sono andata. Chi sono, io, don chisciotte? Ma sono molto molto triste. 

La cultura -è un dato di fatto- dovrebbe essere alla base di ogni azione umana. Ed infatti, quando manca, i risultati sono palesi. L’Italia ha coscientemente scelto di distruggerla, per far posto a nepotismo e prevaricazione sociale. Ognuno bada al proprio ‘particulare’, nessuno paga le tasse, eppure tutti si lamentano dello Stato. Ovviamente le eccezioni ci sono, ma non so che farmene di un Pase dove ciò che dovrebbe essere la regola diventa eccezione.

Tempo fa ascoltai una intervista ad una coppia di napoletani, in un programma di Santoro che parlava della sempiterna crisi del Sud. Lei era casalinga, lui faceva il “palo” per gli spacciatori nella piazza del suo rione. Guadagnava ogni settimana una cifra allucinante. Il giornalista gli chiese «Ma non ti senti un po’ in colpa? Non hai mai provato a fare un lavoro onesto?». La risposta: «Eravamo andati in Germania a lavorare in una fabbrica, e riuscivamo a vivere. Ma poi non abbiamo resistito, ce ne siamo tornati perché tnimm semp’ Napule rint’o core (abbiamo sempre Napoli nel cuore)».

Cosa c’entra tutto questo con lo schifo nel quale è impantanata, suo malgrado, la plett? C’entra nella misura in cui una società che permette tutto questo marciume, dove si vive in un mondo parallelo ed ipocrita, non è più sopportabile. Come si fa a recuperare una persona che se ne strafotte della legalità perché dice di sentire nostalgia di casa? Come si fa a recuperare un sistema universitario dove conta più il tuo cognome che la tua bravura? Non si può, semplicemente. Chi si illude di cambiare le cose poco a poco o è un illuso o è in malafede. In entrambi i casi è ugualmente dannoso.

Non esiste una sola soluzione, ma tutte non sono facili e prevedono una enorme dose di sacrifici. Rivoluzione? Magari. E con quali basi? La gente mette “mi piace” su Facebook o “clicca qui per firmare l’appello” e poi torna a farsi i cazzi suoi. Alcuni sono effettivamente schiacciati dagli impegni della quotidianità (per me è diventato difficile perfino trovare il tempo per donare il sangue, addirittura), ma in ogni caso è una questione di scelte e di percorsi. Percorsi in parte pilotati, come il bombardamento mediatico di culi e tette, ma pur sempre infarciti di bivi ad ogni dove. Facile lamentarsi che adesso le tasse siano alte ed inique, ma se nessuno si è mai preoccupato di raggiungere l’ottimo paretiano non c’è molto altro da fare, adesso.

Chi si piega dunque è un vigliacco? Sì e no. I famosi trecento spartani, magnificati da quel genio di Miller e poi sputtanati nel film, in realtà fecero una cazzata enorme: ritardarono l’avanzata di Serse di soli tre giorni, una bazzecola rispetto al tempo che Serse stesso perse a bighellonare in giro per la Grecia senza costrutto. Perché ce ne ricordiamo? Perché vi è sottesa una certa retorica (storicamente falsa) che vede opporsi il razionalismo contro la lascivia, i pochi contro i molti, l’uomo libero contro lo schiavo. Valori importantissimi. Ma questi valori avrebbero retto anche dinanzi ad un’azione militare più accorta: la guerriglia, ad esempio, avrebbe causato molte meno perdite greche ed infinite più al mastodontico esercito persiano - senza che i valori alla base del conflitto, se mai sono esistiti da un punto di vista storico, venissero scalfiti di un soffio.

E allora che senso ha presentarsi ad un concorso e danneggiare per sempre la propria carriera? Per dire “non mi sono piegato”, certo. Ma anche studiare all’estero, farsi apprezzare dove le regole non sono solo desiderata ma reali applicazioni, dove si viene stimati (per Dio, dov’è che si viene stimati in Italia? Quando non paghi le tasse? Quando fai ratificare da un Parlamento dei deputati che eri convinto che quella minorenne fosse la nipote di un governante straniero? La stima, per Dio, la stima!) per quello che si fa, indipendentemente da tutto, significa non piegarsi. Cercare un posto dove non contano le carte, ma i fatti. Dove sai esattamente cosa aspettarti, dove puoi pianificare il tuo futuro sapendo sin da adesso che delle energie spese, almeno la metà ti ritorneranno SICURAMENTE indietro. E magari, chissà: tornare in Italia tra dieci o vent’anni, e sputare in testa a tutti i figli di papà che nel frattempo ti sono (apparentemente) passati davanti. Anche se, personalmente, non tornerei mai in un posto che non solo non mi ha mai dato niente, ma mi ha addirittura ostacolato: ma anche questo è un discorso complesso, e penso di aver annoiato già abbastanza.

“L’economia frana, il potere d’acquisto delle famiglie italiane affonda, i risparmi sono impossibili, le banche ridono”

- il deputato Domenico Scilipoti s’è messo a comporre haiku

“Il Paese dell’approssimazione, dove non è grave parcheggiare in doppia fila solo che poi una volta ogni tanto ti muore un bambino. Il Paese dell’approssimazione, del “cosa vuoi che sia”, dove se fai notare che le cose non vanno bene (prima che succeda il casino) allora sei pesante e pignolo. Se poi succede il casino e dici “te l’avevo detto”, sei pesante e pignolo. L’unico atteggiamento accettabile è fottersene, salvo poi schierarsi contro il mostro di turno, e lanciarsi con gioia in queste piccole piazzale loreto. Identificare un eroe e glorificarlo, mettendosi implicitamente dalla sua parte, e sentirsi migliori.”

ma torniamo « rafeli blog – il diario delle piccole cose (via plettrude)

A parte la trita polemica su Schettino (se ci sono dei magistrati ci sarà un motivo, lasciamo che siano loro a decidere se una persona è colpevole di un reato o no), trovo che Fleischhauer abbia detto delle cose razziste e pesanti che però hanno un grosso fondo antropologico e sociale. In Inghilterra se salti la fila ti ammazzano, in Italia è normale. In Germania tutti pagano le tasse e ricevono servizi, in Italia se le paghi sei un fesso. Non è questione di razza, ma di consuetudine e cultura. E gli Schettino (come tutti quelli che hanno avallato gli “inchini” senza mai fare un cazzo) ne sono diretta espressione.

Mi spiego. L’articolista non ha detto che “tutti gli italiani sono Schettino”. Ha detto che, stante la situazione culturale e sociale italiana, non bisogna stupirsi di quel che è accaduto. E ha ragione. In un paese normale (non dico civile, normale) al primo “inchino” avrebbero sequestrato la nave, tolto la licenza al comandante e comminato una multa pesantissima alla compagnia. In Italia non si è fatto perché c’è un sistema che dire ‘rilassato’ è eufemistico. Le leggi valgono, ma fino ad un certo punto.

Mettersi a disquisire di scelte politiche, poi, è pericolosissimo: a quanto io ricordi eravamo alleati (anzi, alleati “di ferro”) con Hitler, e neanche nella Prima Guerra Mondiale siamo riusciti a scegliere la parte “giusta” - salvo poi tradire, entrambe le volte, i nostri alleati. Insomma, proprio noi non possiamo dare lezioni storiche a nessuno. L’articolista di “Repubblica”, poi, cita piani di ricostruzione (dei quali abbiamo beneficiato anche noi) e addirittura quei poveri italiani emigrati… beh, se erano emigrati è perché qui stavamo con le pezze al culo ed in Germania hanno trovato un posto dove vivere dignitosamente, pagando le tasse e ricevendo in cambio servizi pubblici.

Insomma, qui non si parla di “razza italica”: come diceva GG, «io non mi sento italiano / ma per fortuna o purtroppo lo sono». Ecco, secondo me la società italiana è talmente corrotta e compromessa -così come ampie zone del napoletano in mano alla camorra- che è impossibile che si cambi. O almeno, non mentre io sarò in vita. Quindi non prendiamocela quando ci dicono le cose come stanno: i toni sono esagerati, ma in fondo ha ragione. E lo sappiamo.

Scusate: e qual è la differenza con un camorrista qualsiasi, visto che non mi è data libertà di scelta se aderire o meno alla “protesta”?

Blocchi spericolati: così i camionisti fermano i colleghi

ilovelivehere:

arewekidding:

dopodipioggia:

Scusate: e qual è la differenza con un camorrista qualsiasi, visto che non mi è data libertà di scelta se aderire o meno alla “protesta”?

Ponci Ponci Po Po Po…

bah io sono dell’idea che le vostre/nostre vite quotidiane e le nostre comodità passino in secondo piano quando ci troviamo di fronte al più grande crimine della storia che stà accadendo sotto i nostri occhi e noi siamo l’unica generazione che è troppo pigra per agire…

Sintassi a parte, fammi capire una cosa: quale sarebbe il «più grande crimine della storia che stà [sic!] accadendo sotto i nostri occhi»? L’attuazione delle liberalizzazioni? Il costo della benzina che aumenta? E perché sta accadendo tutto questo? Quali sono le ragioni politiche, sociali ed economiche che stanno spingendo ad una riforma strutturale del Paese? E in ultima analisi, come direbbe “V per vendetta”: di chi è la colpa?

Non so quale sia il tuo background culturale e sociale, ma a me hanno insegnato che la lotta si coniuga sempre con la libertà di scelta. Questo non è “agire”, questa è prevaricazione. Questa è camorra. Non si tratta di avere una comodità in meno, si tratta di avere il diritto di partecipare o meno ad una forma di protesta. E tu mi stai negando questa libertà (garantita dal dettato costituzionale, giusto per). 

Poi, sulla questione generazionale, tocchi un punto dolente: in Italia manca totalmente la cultura necessaria per una ‘rivoluzione’ che sia soltanto lontanamente paragonabile a quella del Sessantotto. Questa ondata di antipolitica mi fa paura come e quanto la politica pappona, perché sottesa c’è la stessa faciloneria del “rossi e neri siamo tutti uguali” (cit. Ecce Bombo).

La lezione di Pasolini è stata inascoltata.

Questi non sono giornalisti. Anche se appartengono al mio stesso Ordine, anche se loro sono iscritti all’elenco dei professionisti mentre io a quello dei pubblicisti: non sono giornalisti. Secondo me non sono nemmeno uomini degni di tal nome, visto che strumentalizzano una tragedia storica per vendere due copie in più. Ma il vero problema è che quelle due copie in più c’è qualcuno che le compra.
(che poi tutto nasce da un’interpretazione scorretta ed arbitraria della faccenda)

Questi non sono giornalisti. Anche se appartengono al mio stesso Ordine, anche se loro sono iscritti all’elenco dei professionisti mentre io a quello dei pubblicisti: non sono giornalisti. Secondo me non sono nemmeno uomini degni di tal nome, visto che strumentalizzano una tragedia storica per vendere due copie in più. Ma il vero problema è che quelle due copie in più c’è qualcuno che le compra.

(che poi tutto nasce da un’interpretazione scorretta ed arbitraria della faccenda)

(Source: rispostesenzadomanda)

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Determinato, sempre indaffarato. Fin da piccolo il mio sogno è stato quello di essere un buon giornalista. Adoro scattare foto, suonare il piano e giocare a rugby: ma più di tutto, affrontare la vita con la curiosità di un bambino per provare a imparare tutto quello che il mondo mi può offrire. Ben consapevole che si tratti di una ricerca infinita
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