Il fatto è che ogni scelta è una scelta politica, nel senso che molti (giustamente, dal mio punto di vista) scelgono di andarsene perché per queste persone è semplicemente impossibile fare il proprio lavoro in Italia senza piegare la schiena. Le valutazioni personali sono condotte sulla base di ciò che ci circonda: se abbiamo attorno schifo e menefreghismo, la scelta da personale diventa politica. E per questo è più che giusto incazzarsi per gli affetti lontani e le meraviglie lasciate alle spalle (a eclipsed viene un colpo ogni volta che metto una foto della Costiera), perché ti (ci?) hanno tolto la libertà di realizzare il tuo sogno nella terra che ami. E perché? Per dare il posto al figlio di papà, al cugino dell’onorevole Tale, ma anche molto più miseramente ad uno che si è prostituito intellettualmente. E che scelta si può mai fare di fronte a tutto questo? Non è scelta, è sopravvivenza. Ed è personale perché coinvolge un individuo, ma è politica perché è indotta proprio dalla somma di tanti comportamenti individuali che, messi insieme, formano il quadro descritto dalla plett.
A mio giudizio chi va via per non soccombere, oppure chi resta e combatte strenuamente (penso al Collettivo dei giornalisti precari della Campania, dei ragazzi eccezionali sotto tutti i punti di vista) sono due facce della stessa medaglia, ed entrambe le scelte vanno rivendicate con orgoglio. Quello di cui bisogna vergognarsi, invece, è il compromesso quotidiano che a poco a poco ti irretisce fino a quando sei troppo invischiato per potertene andare. Il compromesso fa parte della vita -non si può volere tutto e subito- ma anche il rispetto delle regole dovrebbe farne parte. Altrimenti tutto è caos, tutto è ‘homo homini lupus’. E di altro caos da aggiungere alla vita, francamente, non ne sentiamo il bisogno.